martedì 22 giugno 2010

OGGI LA LEGA SI SENTE PIù DEBOLE

tratto da "il mattino di Padova" 21 giugno 2010
Il ventennio di Pontida mostra una Lega preoccupata. A dispetto dei numeri, che lo rende indispensabile alla tenuta della maggioranza, il Carroccio è al bivio. Lo testimonia lo stesso discorso da “pompiere” di Bossi, che spegne gli ardori di parte dei militanti che invocano la secessione, peraltro evocata anche dal sottosegretario Castelli in mancanza del federalismo. Il nodo è, appunto, quel supremo obiettivo che, nelle menti e nei cuori del popolo verde, assomiglia più a una secessione di fatto che a un diverso assetto istituzionale dell’Italia. Il leader della Lega promette che arriverà a breve ma, come ha ricordato realisticamente il governatore della Lombardia Formigoni, la crisi e la manovra economica lo rendono difficilmente attuabile. Nonostante gli emendamenti correttivi che i leghisti vogliono introdurre per evitare che a essere colpiti duramente siano proprio quegli enti locali che del federalismo e del decentramento dovrebbero essere il cuore pulsante. Nonostante nel governo vi siano, oltre che ministri del Carroccio, anche Tremonti e altri “forzaleghisti”. Da ultimo quel Brancher, ridimensionato nelle deleghe proprio da Bossi che, per sedare le ansie dei suoi, rivendica il ruolo di unico e autentico “ministro del federalismo”. I costi del federalismo, di cui nessuno parla, diventeranno enormi con la moltiplicazione dei centri di spesa e la cassa piange. A meno che a pagare, come auspicano i “padani”, sia il resto del Paese. In quel caso, però, presto non ci sarebbe più maggioranza. Le contraddizioni esploderebbero senza più mediazioni nel blocco sociale e geografico della destra. Il neocolbertista Tremonti lo sa e per questo non alimenta mirabolanti speranze.
Cosi la Lega non può che riprodurre il consueto ruolo di partito di governo e di lotta. Facendo il sindacato della Padania a Roma e il nemico di “Roma ladrona”, slogan ciclicamente rispolverato a Pontida, quando si rinserra nella, sempre più ampia, trincea del Nord. Una strategia che comincia a mostrare i suoi limiti. Fino a quando potrà alimentare questa doppiezza un partito che controlla due delle tre più importanti regioni sopra il Po, governa decine di province e centinaia di comuni, tra cui città ricche e di grande rilievo, e ha lo stesso Bossi nel governo? Su chi brandire pubblicamente lo spadone di Alberto di Giussano? Il gioco mostra ormai evidenti limiti. Anche perché alla Lega manca una carta: la possibilità di sparigliare il gioco rovesciando il tavolo.
Il Carroccio è condannato al ruolo di garante della stabilità governativa. Ciò lo rende alleato indispensabile per Berlusconi ma lo espone alla delusione di un elettorato sempre più vasto e, perciò stesso, meno coeso. Bossi vede nelle elezioni anticipate, che il Cavaliere non esclude prima che il ciclo della crescente insoddisfazione economica e sociale imbocchi la via di un alternativa politica oggi ancora poco spendibile, un pericolo mortale. Nessuno assicura che dopo il ritorno al voto la forza di Carroccio e Pdl sarebbero gli stessi. Le urne sono come un vaso di Pandora: una volta scoperchiato può riservare inattese sorprese.
Questa legislatura è un occasione unica, ripete il Senatur. Nell’attesa del “federalismo che verrà”, il vuoto va riempito. Così i leghisti enfatizzano i conflitti simbolici: Padania contro Italia, “Va pensiero” contro Mameli, nazionale verde contro quella azzurra. Dislocamenti che vorrebbero stornare l’attenzione dalla questione degli interessi e degli obiettivi, sui quali è difficile vantare successi a breve, a quella dell’identità. A Pontida si è vista questa Lega, molto più incerta di quanto dica la sua forza.

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